Cerasa ha ancora ragione?

Un libro fuori tempo? Vatti a fidare dei sincronismi. Claudio Cerasa ha scritto un libro (Le catene della sinistra, Rizzoli). Tesi di fondo, se la sinistra italiana non la smette di conservare l’inconservabile e difendere l’indifendibile continuerà a perdere i treni. Resterà prona ai signori delle manette, schiava dell’ambientalismo slow, avrà sguardo guercio sul mercato del lavoro, corteggerà i salotti finanziari senza neanche l’abito in tono e inarcherà il sopracciglio per il botteghino di Zalone. A meno che… a meno che Renzi non trovi slancio e coraggio per spezzare quelle catene e riuscire nell’impresa che, ciascuno a modo suo, i predecessori hanno tentato. di Gianni Cuperlo Leggi anche Cerasa Cosa sono le catene della sinistra
18 AGO 20
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Un libro fuori tempo? Vatti a fidare dei sincronismi. Claudio Cerasa ha scritto un libro (Le catene della sinistra, Rizzoli). Tesi di fondo, se la sinistra italiana non la smette di conservare l’inconservabile e difendere l’indifendibile continuerà a perdere i treni. Resterà prona ai signori delle manette, schiava dell’ambientalismo slow, avrà sguardo guercio sul mercato del lavoro, corteggerà i salotti finanziari senza neanche l’abito in tono e inarcherà il sopracciglio per il botteghino di Zalone. A meno che… a meno che Renzi non trovi slancio e coraggio per spezzare quelle catene e riuscire nell’impresa che, ciascuno a modo suo, i predecessori hanno tentato. Tutti. Prodi, D’Alema, Rutelli, Veltroni, fino al giaguaro di Bersani e al Letta di governo: sfondare il muro dei moderati, parlare alla nazione intera, compresi artigiani, precari, outsider, orfani dell’ordine, centristi e ventenni senza ideologia, casalinghe e dottorandi. All together per una vera rivoluzione liberale. Fin qui Cerasa (“finito di stampare nel mese di aprile 2014”), con bello stile, argomentare fluido, dati in quantità e caustico il giusto. Ma ecco il sincronismo. Quello esce a maggio (prima edizione) e il 25 del mese Renzi d’emblée ti prende il 40 e passa per cento. Prima di lui De Gasperi e Fanfani. Dopo di loro nessuno. “Finito di stampare nel mese di aprile 2014”. Finito di scrutinare tre domeniche dopo. E le chiamano coincidenze. Parentesi brevissima. Sei o sette sondaggisti (i più quotati) ci hanno spiegato per due mesi che la forbice tra noi e i 5 Stelle ballava da tre a cinque punti. Alla fine sono stati venti. Liquidarlo come un disguido? Convince quel tanto. Anche un difetto della campionatura spiega e no. Si sa, pesare le intenzioni è sempre un’impresa. Quanto la stimi l’ansia per Grillo? Un paio, tre, quattro punti? E le berline su eBay? O la poltrona vuota alle assise Cgil? E il bonus in busta paga? Mestiere pessimo vendere numeri. In anticipo poi. Con un unico mistero. Uno soltanto. Cosa spinge giornali, banche e partiti a staccare assegni a più zeri per farsi rintronare di bubbole? Boh. Chiusa parentesi. Per il poco che conta ho letto il saggio di Cerasa a spoglio ultimato, ma è stato un bene perché l’ebbrezza del dato credo mi abbia scortato alla sostanza. Avendo per altro tutti i requisiti per immedesimarmi nell’incatenato più che nel fabbro (anagrafe e biografia contano).

Ma si diceva di Renzi e del 41 o giù di lì. Come lo leggiamo? Atto di fede? Speranza nel nuovo? O carità per se stessi, convinti di non meritare un epilogo sovversivo? Sarà stato di tutto un po’. Parafrasando Gaber (e mi perdoni): qualcuno ha votato Pd perché gli garbava Renzi. Perché c’era Casaleggio. Perché gli 80 euro. Perché era di sinistra. Perché “non” era di sinistra. Perché Berlusconi basta. Perché il governo abbassa le tasse. Perché la Merkel oddio. Perché finalmente le partite Iva. Perché abbiamo un leader. O nonostante lui… perché Hasta la Speranza Siempre. Ma, insomma, hanno votato di qua, e per uno del mio stampo (Pci-Pds-Ds-Pd) conta questo. L’impatto del premier non si discute. So che la coda del congresso vive e pure la sindrome di Stoccolma. Se riconosci al leader il merito del risultato scatta l’accusa del carro del vincitore già in sold out, e l’aforisma di Flaiano e quel corredo lì. Se ti astieni dal riconoscimento vuol dire che stai a rosicà. Per cui viva la schiettezza: senza Matteo Renzi il Pd non avrebbe ottenuto una percentuale simile. Di sicuro questa volta, e forse mai. Punto. Detto ciò non è che si chiude il libro e ci si dedica ad altro. Casomai si prova a capire come siamo arrivati qui e cosa riserva il dopo. Quindi, con ordine. Ok, il voto non era un referendum su Palazzo Chigi, ma il governo è uscito legittimato e il peccato originale che lo ha visto nascere, in buona misura condonato per meriti. Ora, di fronte a percentuali simili puoi solo ingegnarti per capire. Dove siamo? In quale capitolo della storia? Perché arrivare primi in tutte le province al netto di Sondrio, Bolzano e una terza non lo spieghi col programma, le slide e la promessa di cambiare verso a Bruxelles. E’ scattata un’altra molla. Diversa. La paura che tutto capitolasse, regole, princìpi, istituzioni. E se fosse accaduto ci saremmo trovati davvero nudi e “sanza meta”. Grillo se la spiccia come sa. Dice che avremmo vinto “contro” il cambiamento. Il suo. Ma una cosa è peggio che perdere tre milioni di voti. Non capirne il motivo. Detto ciò, fa più colpo dire che hai preso il 40,8 per cento o la cifra assoluta, 11 milioni di schede? In questi casi vale il mix. La percentuale, si diceva, non ha eguali da mezzo secolo. Gli undici milioni sono quelli dell’Ulivo dieci anni fa e uno in difetto su Veltroni nel 2008, quindi in teoria dovrebbero fare meno impressione. Ma se incroci i dati, se appena ti ricordi che i milioni di voti al Pd l’anno passato furono otto, se scorri le cifre e vedi che rispetto alle politiche sette milioni si son presi una domenica di permesso, allora ti rendi conto della misura. E rischi la vertigine. Invece conviene star coi piedi per terra, quindi torniamo alle percentuali. C’è differenza se rappresenti due elettori e mezzo su dieci o se la fiducia te la giurano in quattro?

Secondo Cerasa sì, c’è differenza, e ci mancherebbe. Ma non è solo questione di cifre. Ha piuttosto a che fare con l’annosa identità. Mettiamola così. Allarghi, e di tanto, il raggio di chi ti sceglie? Il merito è indiscusso, ma attrezzati a interpretare i bisogni di una platea variopinta. Capiamoci, molto della vocazione maggioritaria sta qui. Nel ripeterci da anni che sono morti i blocchi sociali. Parlare a tutti e farsi partito della nazione più o meno allude a questo. La ricaduta è che se prendi più voti devi annacquare i contenuti? Non è un obbligo. Diciamo che può valere l’opposto. Se alzi l’aspettativa sulla tua reputazione, tanto più verrai giudicato dai fatti, e i fatti deriveranno dalle tue scelte. E siamo al punto. Il pluralismo di valori che vive tra gli elettori, in una vocazione maggioritaria deve trovare sintesi nella cultura di quel partito. Se non succede la volatilità del consenso si accentua perché restando senza ancoraggio quella fiducia è più esposta alle correnti del tempo, del caso, del vento. Buona parte del discrimine tra i partiti carismatici e gli altri passa da qui. Nei primi può capitare che gli accidenti ti scatenino un plebiscito. Ma con la stessa rapidità quel consenso può rifluire. Nei secondi conta il radicamento destinato per prassi a farsi robusto nel tempo. Grillo appartiene al modello carismatico-plebiscitario che quando funziona fracassa tutto, ma come alternativa piega sul Maalox. Noi, penso, siamo l’altra cosa, il che vuol dire che quel 4 davanti carica il Palazzo di una responsabilità colossale, ma insieme ci consegna la questione del partito, profilo, funzionamento, agibilità e pluralismo compresi.
Mica poco. Ora, dopo la domenica da sogno per qualcuno saremmo – noi del Pd – la nuova Dc, col rimorchio di una sinistra esangue, esautorata e sconfitta. Forse Cerasa chioserebbe “libera una buona volta dalle sue catene”. Qualche flusso in uscita o in entrata serve da puntello a una tesi che però resta al di qua della statistica. Diciamo che la lettura è rassicurante per alcuni, non tutti. L’idea di una possente formazione neo centrista, la più grande mai comparsa, destinata a quel melting pot che il mercato elettorale impone da anni come criterio vincente. Quanto alla sinistra, buonanotte. Viva di ricordi, miti, anticaglie. Col rispetto sempre dovuto, questo modo di ragionare a me pare una boiata. Nel duplice senso, di non cogliere la natura – parziale certo, ma reale – del consenso raccolto giorni fa e che ha catalizzato comunque un popolo che alla sinistra si rivolge non per consuetudine, ma con parecchia passione e voglia di novità. E nell’altro di ridurre, a regime, l’identità del primo partito alla parabola del suo leader e a una capacità incontestabile di captare gli umori profondi e tradurli in traguardi streganti. Insomma no, direi che non ci siamo. Io credo che soprattutto adesso al Pd la sinistra serve. Ne ha un bisogno vitale se quell’incredibile consenso intende organizzare. Fissarvi la residenza, come ha detto il leader.

E qui torna Cerasa con la sua cavalcata critica. Una sinistra ripensata si capisce, rinnovata, rifondata. Perché una cosa è evidente, che il 25 maggio ha aperto un altro ciclo di storia patria e chi, da sinistra, pensasse di accomodarsi nel nuovo con culture e interlocutori passati ne uscirebbe travolto. Diciamoci il vero, tutto è cambiato in un pugno di mesi. Volti, linguaggi, gerarchie. In questo turbinio la sinistra pare affannata. Sembra che rincorriamo Quintana e mano mano che quello guadagna terreno, noi dietro a ingoiare polvere. Ma è proprio così? So di mio che non basta negarlo, per cui saliamo un gradino più su. La verità è che abbiamo perduto troppo tempo e una infinità di treni. In questo senso il viaggio di Cerasa lo si può condividere in tutto, in parte, per poco. Ma un punto solleva, e non vale aggirarlo. Noi abbiamo rinunciato per anni a contrastare conservazione e pigrizia nel cuore del nostro campo. E chi una rottura di stili e politiche avrebbe dovuto accelerare si è convinto – chissà poi perché? – di essere insostituibile. Comunque di aver diritto a un giro finale. Ora, è come se gli ultimi cinque mesi avessero tolto ogni alibi e restituito ciascuno alle sue responsabilità. Questo è successo.
Che la sinistra (caro Claudio, ben oltre manette, salotti e ceti protetti) ha peccato della mancanza più grave. Si è attardata non tanto a difesa di un vecchio mondo ma di se stessa, pensando di sgusciare asciutta tra una goccia e l’altra del temporale che la crisi, la peggiore del secolo, rovesciava dal cielo, con buona pace di uguaglianza e diritti. Sei anni è durato questo balletto. Finché il tempo è scaduto. E siamo qui. All’anno zero, secondo alcuni. Al 40,8 per cento se stiamo ai dati. Frutto di Renzi, si è detto, e questo conta. Ma se la sinistra un’anima e un avvenire possiede, è adesso che dovrebbe farli valere.
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Come? Prenda coraggio e stia dentro questa ripartenza incredibile con voglia, rabbia e spirito di conflitto sulle cose che contano davvero. Cose che sinora non ha maneggiato granché. Vuol dire mettersi di traverso alle riforme? Macché, vorrà dire l’opposto. Ma vorrà anche dire ripartire dai princìpi senza i quali ogni utopia sprofonda nella retorica. E allora le minoranze uscite dal congresso un esame se lo facciano. Si chiedano fino a che punto in quella sfida hanno creduto e quale insegnamento ne hanno tratto. Non per fantasticare rivincite irreali, ma per far crescere il buono che si è seminato. Posti, incarichi, assetti contano, per l’amor del cielo. Ma se non ti chiedi chi sei, se non ti interroghi su cosa vuol dire stare da questa parte, è difficile immaginare di fare un passo.

A quel punto hai due modi per reagire ai pungoli del pamphlet. Fargli le pulci qui e là. Oppure prendere atto che la sorte della sinistra non è vincere vestendo i panni degli altri. Se quelle catene, almeno alcune, erano vere, la soluzione non è spezzarle per farsi incatenare a un altro palo. Ma tornare a una qualche libertà di pensiero, sempre che il termine non urti. Roba di altri tempi anche questo? Forse. Ma forse no. Però devi provarci, libero da zavorre che hanno impedito il volo anche quando la folla attorno, e la tua gente in testa, ti chiedeva semplicemente di volare. Sarà un deserto programmatico quello che ci si para davanti? In parte, ma non solo. Sarà la politica che non abbiamo avuto l’ardire di pronunciare. Saranno risorse e scoperte. Saranno riforme sacrosante, come lo sono molte tra quelle indicate dal premier, da condurre a termine immaginando un altro stato che nasce. Saranno una coscienza civile da ripensare e ambiguità pesanti da cancellare. Per dire, cambiare la Costituzione? Certo che si può, in alcune parti si deve. Ma non è bestemmia distinguere tra ciò che va modificato e un impianto di principi da preservare. Se non vogliamo oscillare come un pendolo tra i timori di torsioni populiste e l’idea che si possa manomettere la Carta secondo il clima di stagione. In fondo è il secolo breve ad avere spinto la sfera del diritto sotto il tallone di princìpi costituzionali sovraordinati ai poteri normativi.
Che poi vuol dire una cosa semplice. Sottrarre alle maggioranze parlamentari il potere assoluto di piegare istituzioni e leggi a vantaggio di uno o di alcuni. A questo servono le Costituzioni. Non a riempire di parole i convegni che le difendono. Ma a difendere la possibilità di tenere quei convegni, e non solo si capisce. Letteralmente quegli elenchi di regole e principi costituiscono il campo dei diritti fondamentali (compresi pesi, contrappesi e garanzie) senza di cui la democrazia diventa cristallo. C’è a chi piace e a chi non piace. Ma resta questa dimensione “sostanziale” che in buona misura il rapporto tra politica e diritto ha mutato alla radice. Si parla per questo di una democrazia costituzionale, come di un sistema regolato di diritti fondamentali (politici, civili, sociali) presidiato da una serie di garanzie che nessun plebiscito può compromettere. Ecco perché è stato grave lo smottamento di una sinistra che in nome del consenso ha mortificato il garantismo. Cedimento due volte colpevole, per il cinismo che lo ha ispirato e per aver smarrito il valore di quel principio che della cultura costituzionale è banalmente l’altro volto. Questa sì è una critica che dobbiamo muoverci: aver difeso la Costituzione abiurando al garantismo è stato come battersi contro il giustizialismo ma con una benda sugli occhi. S’intende, è solo un esempio, ma aiuta a capire. Altri ce ne sono. Sull’economia e sul lavoro in abbondanza. Tipo sull’idea che si possa far partire il motore limitandosi al cambio dell’olio. Sul punto non so dire quanti occupati porterà il decreto Poletti, né c’è pregiudizio sul contratto unico a tutele progressive, salvo rendere quelle norme compatibili evitando si annullino a vicenda. E ancora, figuriamoci se non è tempo di accelerare sull’amministrazione pubblica, se la delega fiscale non è bene proceda spedita, dalla revisione del catasto a seguire, se sui tempi della giustizia civile non si debba filare come il gatto della fiaba. Tutto benissimo. Ma anche qui diciamoci il vero. Perfino Visco (il Governatore) spiega che aumentare la produttività vale doppio se si fonde alla domanda interna, che vuol dire redditi familiari e dunque opportunità di lavoro. Peccato che senza il recupero di investimenti fissi (quelli calati del ventisette per cento negli ultimi sette anni!) noi da questa crisi semplicemente non usciremo. Sì, ok, bisogna ci pensi l’Europa. E voglio sperare che il semestre italiano si giocherà su questo. Ma la rotta, quella bisogna dirla. Io penso sia una spinta, una iniezione, un New Deal per noi senza eguali puntando tutto sulla scommessa di fare ripartire un paese inchiodato da anni. Tutto sta a come la vedi e la giudichi una manovra del genere. E’ solo uno dei tamponi necessari o non è tempo di coltivare di nuovo la folle ambizione di una riforma del capitalismo? Insomma, vale sempre il vocabolario del ventennio passato o ci si può misurare con qualcos’altro? Che so, uno stimolo fiscale senza precedenti, e un intervento diretto dello stato a spezzare il ricatto di tagli e privatizzazioni? E piani di spesa pubblica finalizzati al lavoro e agli investimenti, finanziati in disavanzo (concordato su scala europea, certo) e senza arretrare sulle cesoie alla spesa improduttiva? E magari rivedendo quell’autentico azzardo, quel tetto senza edificio, denominato pareggio di bilancio in Costituzione.

Perché poi, al netto delle critiche di Cerasa sulla sinistra conservatrice, si può dire o no che la Grande Crisi ha messo l’occidente dinanzi alle tre patologie del capitalismo attuale? Il fatto di essere ingiusto (nel senso letterale di produrre una concentrazione ingovernabile di diseguaglianze), tutt’altro che stabile nei propri equilibri: sociali, politici, finanziari, ma su questo da Keynes a Minsky c’è chi aveva già spiegato tutto. Il fatto di distruggere risorse esauribili e vitali. Se questa è la scena forse il nemico non è Slow Food, ma una povertà materiale e strategica che la sinistra dovrebbe avere a cuore. Dovrebbe. Lo dico pensando che se qualcuno immagina di venire a capo di “questa” crisi aggiustando di una virgola la punteggiatura forse non ne ha compreso la portata. Nel senso che a impazzire è stato un modello fondato sulle attese di profitto di una mole di soggetti convinti che il meccanismo spontaneo dei mercati fosse all’origine di un equilibrio probabile, o almeno potenziale. E invece domanda e offerta, pessimismo e fiducia, debiti e patrimonio, reddito e moneta: nessun equilibrio deriva per destino dagli istinti del mercato. Regolare quegli intrecci sarebbe compito della politica. Tutto sta a capire come lo fa. Ora, se ad esempio non si prende briga di denunciare che il capitalismo contiene in sé una dinamica inquinante non si avrà un capitalismo migliore. Avremo solo una peggiore politica. Il che, in parte, è ciò che è accaduto negli ultimi decenni. Un po’ di qua e un po’ di là dell’Atlantico: crisi produttive e finanziarie sempre più frequenti, disoccupazione a crescere, sbalzi e crolli di Borsa, fino all’impoverimento del ceto medio che squassa le democrazie più antiche. Il tutto, come ci spiega Pierluigi Ciocca, coll’effetto di “portare lo spazio bio-produttivo mediamente consumato dell’umanità a 2,2 ettari pro capite (9,6 negli Stati Uniti), già ben oltre la soglia critica di 1,8 ettari compatibile con la riproduzione”. Catastrofismo? Uno lo può pensare certo, quel che non pare serio è scaricarne la colpa su Carlin Petrini. Chiosa ancora Ciocca: “L’analisi porta a concludere che il rischio di tensioni acute… non debba essere sottovalutato. La prospettiva peggiore è il combinarsi in forme estreme su scala globale, ma con diversa intensità fra le regioni del mondo, di alta disoccupazione, diaspora ricchezza-povertà, disastro ecologico. Restringimento delle libertà individuali, conflitti sociali e militari”.
Qualche filo da riannodare?

Ecco, chi può negare che tocchi alla politica riprendere qualcuno di questi fili e connetterli a un pensiero meno succube? Così, tanto per immaginare chiavi di senso un tantino più ambiziose. Del resto, almeno sulla carta la tecnologia per uno sviluppo sostenibile esiste. Il problema è che ha bisogno di risorse. Molte. Pare che a voler risolvere il surriscaldamento della terra servirebbero per quarant’anni un paio di punti all’anno del reddito mondiale (qualcosa come mille miliardi di dollari). Non è follia sperarlo, ma è follia pensarlo se il mondo non dovesse crescere almeno per liberare quella quota di risorse. Fantascienza? Ognuno la pensi come vuole, ma cambiare la natura della domanda su una scala vasta, potenzialmente globale, e agganciare quella nuova dinamica alla soluzione della questione ambientale (che vuol dire terra, acqua, aria e cibo), beh non sarebbe questo un formidabile elemento di sviluppo e civiltà per qualche generazione entrante e per gli stessi traguardi di reddito, occupazione, diritti umani di milioni tra gli ultimi? Insomma dove vive il cambiamento, l’innovazione, se non nella capacità della sinistra di rompere qualche subalternità domestica per alzare lo sguardo di un palmo? Perché poi la catena vera è stata pensare che esprimersi con la lingua degli altri non fosse un dovere, ma una libera scelta. Lì, in quel preciso momento si è spenta la luce. Che sia tempo di riaccenderla?
di Gianni Cuperlo